Le parole di chi non rispettiamo più

Roberto Corradino e la sua compagnia teatrale Reggimento Carri presentano “Conferenza”, tratto dall’atto IV del Riccardo II di Shakespeare. Un tavolo con pochi oggetti  – simbolici – e un uomo che aspetta di poter prendere la parola.
All’insaputa del pubblico, questa sarà una conferenza. Ma non di una persona qualunque che abbia qualcosa da dire riguardo un argomento a cui gli spettatori sono interessati. Anzi. Sta per arrivare un re. Ma non un re qualunque, che tiene una conferenza per autocelebrarsi e per inebriarsi al suono degli applausi. Riccardo II, re di Inghilterra è costretto a tenere questa seduta davanti ai lord inglesi, a Westminster, i quali aspettano solo la sua deposizione della corona nelle mani del cugino, duca di Lancaster. Una formalità, in teoria, anche perché il re ha dimostrato di essere un “fallito” e non merita nemmeno il biasimo dell’uditorio. Forse solo la pena. Un uomo fragile, nervoso che si incammina verso il declino cui non può sottrarsi.
La conferenza inizia dopo una “pausa luminosa”. Riccardo parla, parla, parla, e i lord, il pubblico, pur intuendo la tragicità e il riscatto di quelle parole disperate, arrampicate, patetiche (in tutti i sensi), aspetta soltanto che “quello”, privo ormai di ogni dignità, deponga la corona e la faccia finita. Sembrava di assistere all’arringa di un fidanzato, ormai “ex” appena lasciato dal suo -ex- partner, il quale fonde in un fluido noioso quelle parole disperate che non serviranno a farli “rimettere insieme”, benché sia un atto di rispetto sentirle in silenzio. Un aforisma di Oscar Wilde recita più o meno così: “come sembrano stupide (?) le parole di chi non amiamo più”.
La tragicità, come spesso accade, sfocia in azioni e parole comiche, cui non si può rispondere con un’istintiva risata, appunto perché la situazione è tragica, quindi “non sta bene” ridere. Ma poi il corpo inizia a rispondere ridendo anche per isteria, come volesse sfogarsi per essersi trattenuto troppo a lungo.
Roberto Corradino, Riccardo II, ormai capisce che non vale la pena nemmeno più recitare, esce dal personaggio e chiede a un membro del pubblico di recitare insieme a lui per la scena dell’assassinio che avverrà nel V atto. I lord-spettatori acconsentono, anche perché “altrimenti non finisce” come dice lo stesso protagonista. Il fallimento personale diventa una debàcle sempre più comica, che si chiude con la morte del -ex- re. La conferenza finisce con “il carrozzone” di Renato Zero. Gli spettatori escono confusi: quelle gag erano preparate? Valeva la pena sorbirsi un’arringa di un personaggio fallito, che non riesce nemmeno a riscattarsi nelle sue ultime parole?
Non fa male riflettere su un personaggio che, come la maestria di Shakespeare vuole, in un modo o nell’altro un giorno impersonificheremo tutti, da re e da ex.

[Giampiero Macina]

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