Atto IV, scena I, 29 novembre, Reggimento Carri al teatro Kismet Opera per la terza ed ultima Irruzione Pubblica. Roberto Corradino scrive e reinventa Riccardo II, eroe fallito del dramma di Shakespeare in evidenti difficoltà emotive che lo portano a rimandare ancora per un poco, fin quando ancora è possibile, la sua deposizione al ruolo di re.
Il ritmo incalza, i silenzi un po imbarazzano, il pubblico crede e teme di essere interpellato. Lo spettacolo è come una danza intorno a un totem, come se ci fossimo vestiti eleganti per una ricorrenza che non c’è. La struttura è praticamente inconsistente e le doti dell’attore sono tali da cogliere fiori da terreni asfaltati, da trarne qualcosa di ricco e complesso da un vuoto centrale che è spesso, ma in questo caso fortunatamente, sterile.
Ma chi è Riccardo? Cosa fa, di cosa ci parla? Di niente. Di tutto, anzi. Ma di niente. Perciò divaga. Come si divaga a scuola quando non si conoscono le risposte ma non ci si vuole arrendere, perché la parola da sola può andare ovunque, può andare dove vuole, può partarci lontano dalla morte.
E Riccardo è pienamente cosciente di questo, consapevole della morte imminente che lo attende, ha il tempo contato, già stabilito. Ha tempo fino alla fine dello spettacolo per tarne conclusioni, per dire tutto quello che ha da dire, e per morire. Riccardo perciò non si arrende. O forse sì, ma comunque combatte.
Più volte “Riccardo” Corradino sfonda la pellicola sottile che c’è tra palco e platea e il tempo diventa umano, quasi televisivo, lui sta in conferenza, dietro a un tavolo dai pochi oggetti che conservano solo il senso ormai archeologico e impolverato di quello che significano,gli oggetti della regalità perduta.
Dinanzi a un microfono, forte e fiero e vistosamente afflitto, provato, umano.
Il pubblico lo ama subito, un po’ poi lo detesta per tornare dopo a provare affetto, contrasti emotive derivanti da un intimo e profondo senso di solidarietà e consapevolezza della vita degli altri.
Le parole corrono, galoppano, alludono a un misero e invincibile “ovvov vacui” – un horror vacui minato alle sue radici tragiche da un comico difetto di pronuncia – che è la scena, buia, vuota, la vita stessa, e le parole, bellissime, ovvero i nostri tentativi, quelli di Riccardo, di allestire questo scenario, irrimediabilente triste.
È un po’ come entrare in un museo e non trovarci esposto niente. E la bellezza, come contorno, vestito,come pellicola che racchiude il vuoto. Riccardo re, Riccardo poeta, Riccardo filosofo.
Tra ironia e disperazione, pianto e risata c’era ieri, 29 novembre, “Conferenza” in scena al Kismet.
[Federica Di Carlo]